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PREFAZIONE

 

 

La lingua veneta è purtroppo sempre meno usata dalle nuove generazioni, come del resto accade alle altre forme di gergo popolare diffuse nelle varie Regioni d’Italia.

Alcune associazioni culturali hanno dunque avviato dei progetti per introdurre il veneto nelle scuole con lo scopo di preservarlo, ma queste prospettive si scontrano spesso con i pregiudizi di coloro che, erroneamente, intravedono nell’iniziativa un tentativo di istigazione al razzismo; quasi come se cercare di salvare le proprie origini e la propria identità fosse un reato.

Ormai molte parole e termini che hanno caratterizzato il linguaggio dei nostri avi, a cavallo fra il XVIII e il XIX secolo, sono pressoché scomparse. Per trovarne traccia bisogna andare in alcuni paesi dell’America Latina, dove si insediarono in massa alcune comunità venete che a metà dell’Ottocento varcarono l’Atlantico in cerca di fortuna. Ci sono villaggi in Brasile e in Uruguay dove l’antico idioma è stato tramandato fra le generazioni senza subire l’influenza di terminologie linguistiche similari.

Per fortuna ci sono scrittori e poeti veneti che con le loro opere cercano di salvaguardare questo prezioso patrimonio culturale, di cui si stanno perdendo le parole ed espressioni più tipiche.

Quando si parla di scrittori dediti a questo filone culturale, si pensa subito a persone di una certa età, testimoni di un passato in parte vissuto che non tornerà più. I giovani narratori non sono attratti da quel mondo di ricordi e nemmeno dal raccontare le storie dei loro avi, perché le ritengono anacronistiche e di interesse relativo, o comunque limitato ad una ristretta categoria di nostalgici.

Ci sono però sempre le eccezioni a confermare la regola, ed Erik Umberto Pretto, che di anni ne ha venticinque, è una di queste.

Egli usa il telefonino, il computer, non disdegna l’aperitivo con gli amici e ama scrivere perché, come quasi tutti i suoi coetanei, ha qualcosa da dire. L’idea di un libro l’aveva in testa da tempo e per i genitori, che forse si sarebbero aspettati una storia moderna, un giallo oppure un trattato di saggistica, si è rivelata una piacevole sorpresa. Egli, infatti, ha deciso di mettere nero su bianco la biografia del nonno materno, Natale Turcato detto Giovanni – classe 1919 – dai tempi della giovinezza alle vicissitudini della Seconda Guerra Mondiale, fino alla prigionia e quindi alla conclusione del conflitto.

Ad onor del vero la scelta di scriverlo in vernacolo non mi è sembrata la più azzeccata perché la Storia, in qualsiasi epoca e posizione geografica, annovera un numero di lettori superiore ad ogni altro filone letterario, ed esce sempre dall’ambito locale. Tuttavia l’esperienza mi ha insegnato che un libro è come una pietanza, che si può giudicare soltanto dopo averla assaggiata.

Mi ha stupito la spontaneità con la quale Erik Umberto Pretto, dopo avere raccolto pazientemente ogni dettaglio, si è calato nella parte del nonno. Per non parlare della naturalezza con cui ne ha narrato la storia; come l’avesse vissuta personalmente.

Chi legge il libro ha la netta impressione che l’autore sia il protagonista degli eventi e, considerando che per Erik Umberto Pretto questa è la prima opera, non credo di esagerare se affermo che in lui già si intravede la stoffa del narratore.

Un grande merito va dato a “Joanìn sensa paura”, che gli ha raccontato ogni cosa con dovizia di particolari e che in cuor suo sperava di tramandare ai posteri la sua storia e quella di tanti ragazzi della sua età, che hanno sofferto ed in troppi casi pagato con la vita la scelta scellerata di dittatori senza scrupoli.

Ci sono tanti anziani che avrebbero molte cose da raccontare e pochissimi giovani che hanno la voglia e la pazienza di ascoltare; Natale Turcato ha avuto la fortuna che suo nipote fosse fra questi.

Nella prima parte del testo Erik ripercorre il periodo antecedente il Secondo Conflitto con l’impeto, l’incoscienza e la simpatia di un ventenne che, ignaro come tanti suoi coetanei, si appresta a partecipare ad un’avventura tragica, destinata a sconvolgere i fragili equilibri mondiali instauratisi dopo la fine della Grande Guerra.

Nella seconda parte ci sono gli orrori e le miserie di una guerra inutile, ed in questo contesto Erik Umberto Pretto si trova a suo agio perché a guidare la sua penna c’è la simpatia e l’umanità di un ragazzo novantenne incapace di odiare. Insieme raccontano la fame, il sangue, il dolore e la pietà di una giovinezza inaridita dalla violenza, con la semplicità e l’ironia di chi si ostina a vedere il lato positivo delle cose. Senza accusare o giudicare nessuno, come quando si racconta agli amici di essere usciti da un brutta situazione con l’aiuto della sorte.

Il titolo del testo è appropriato e al lettore bastano pochi capitoli per capire che non si tratta di un luogo comune, ma di un uomo coraggioso che ha avuto la fortuna di tornare a casa e di raccontare le sue vicissitudini a chi ha saputo coglierle e racchiuderle nelle pagine di un libro, per evitare che svanissero per sempre nelle pieghe del tempo.


Renzo Cappozzo